Noi, la Lazio, Lotito. E quando, all’Olimpico, imparammo cos’è l’ingiustizia

Claudio Spagnolo

La Lazio si difende coi raccattapalle

Fu qui che accadde l’incredibile. Pur essendoci ancora venticinque minuti da giocare, da quel momento in poi non si giocò più. I laziali, impauriti dalla superiorità del Catania, cominciarono infatti a mandare il pallone sistematicamente in fallo laterale. Dico il pallone, al singolare, in senso proprio: infatti a quel tempo si giocava rigorosamente con un’unica sfera di cuoio, che poteva essere sostituita esclusivamente se scoppiava, si incendiava o veniva rubata con destrezza da qualcuno del pubblico. Fu evidente allora che la Lazio, oltre che sulle simulazioni dei suoi amnistiati, poteva contare su un’arma non convenzionale: i raccattapalle. Costoro, che conoscevano ogni anfratto della pista d’atletica dell’Olimpico nonché tutti gli avvallamenti che la circondavano, assolsero con professionalità  l’incarico di allontanare la palla dalla portata dei nostri giocatori, nasconderla dietro i tabelloni, farla rotolare nel punto più lontano possibile da quello della rimessa in gioco, il tutto mentre il pubblico di casa plaudiva sghignazzando all’ignominia. I pochissimi minuti effettivi che si giocarono non poterono fruttarci il sacrosanto pareggio.