Noi, la Lazio, Lotito. E quando, all’Olimpico, imparammo cos’è l’ingiustizia

Claudio Spagnolo

Una ruga, un sorriso, un finale

Ne è passato, di tempo, da quelle lacrime. Adesso, di fronte a commissari e giudici che contraddicono se stessi; di fronte a tribunali che trascorrono un’estate a buttare la palla nel fossato; di fronte ad altri tribunali che, abdicando al loro dovere di far giustizia, si limitano a registrare che tanto ormai, visto che siamo a ottobre, è come se l’arbitro avesse fischiato la fine; di fronte a questa sconcia e prevedibile melina giudiziaria che innalza a dignità di sentenza la constatazione che il ladro è ormai scappato con la refurtiva; adesso, al posto delle lacrime di allora, c’è solo un sorriso aspro, una piega della bocca, una ruga in più sulla fronte. Il copione era scritto, e noi lo conoscevamo già. Fortuna che, nel nostro ricordo, c’è anche scritto come questi copioni vanno a finire.