Tra maglie bianche e piccole bandiere, il “nuovo” Catania che piace al sindaco

Claudio Spagnolo

calciocatania.it

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Una volta, allo stadio, portavamo le bandiere. Non solo quelle grandi, del tifo organizzato. Ma quelle più piccine, larghe appena quanto bastava ad avvolgere le spalle di un tifoso. Alcune erano stampate in serie, e si vendevano agli angoli delle vie che ci portavano alla partita. Ma io ricordo ancora qualche straccetto cucito alla men peggio, su cui una mano incerta aveva scritto qualcosa. Foss’anche solo una lettera dell’alfabeto, magari una A. Erano le nostre bandiere però, ed erano rossazzurre. E ci bastava sventolarne una per sentirci un pochino felici.

Negli ultimi anni, di bandiere, se ne vedono sempre meno. Mentre le bancarelle ridondano di gadget più consoni al calcio televisivo. Per esempio le magliette con stampato sul davanti il nome dello sponsor e, sulle spalle, quello del giocatore che idealmente dovrebbe indossarle. Così, allo stadio, capita spesso di sedere accanto a signori sui cento chili travisati da Mascara, a bimbi innocenti che si spacciano per Baiocco, o a nostalgici indossatori della maglia di Oliveira. Purtroppo non mi è ancora capitato di veder nessuno con sulle spalle il nome di Gennaro Sardo. Ma deve trattarsi solo di una sfortunata coincidenza.

Le magliette, è vero, sono meno romantiche delle bandiere. Ma quando sono rossazzurre ciò basta, se non a commuoversi alla loro vista, almeno a simpatizzare con chi le porta addosso. Tuttavia mi ha fatto un po’ di impressione, lo confesso, vedere qualche giorno fa il sindaco di Catania esibire alla stampa una bella maglia rossazzurra con dietro, appunto, la scritta Bianco. Dono, naturalmente, della società, che quest’anno ha inaugurato la stagione a Palazzo degli Elefanti.

Mi ha fatto un po’ impressione, intanto, perché ho ripensato ai tempi in cui il sindaco Bianco benediceva il rossazzurro di un’altra maglia, quella dell’Atletico: la società che avrebbe dovuto soppiantare il Catania di Massimino ingiustamente cancellato dal calcio che conta. E poi ho ripensato a quando – risalito il Catania passo passo verso categorie più degne – l’Atletico dovette cancellare il rosso e l’azzurro, per tingere le sue maglie di giallo e grigio. E agli anni dei derby tra la nostra squadra e quella degli “aribattuti”. E all’infelice destino di quel povero sindaco, bollato in eterno come sostenitore di questi ultimi.

Ma sono cose vecchie, queste. Piuttosto, mi ha fatto specie il fatto che Bianco, poco prima di mostrare la sua casacca ai fotografi, abbia benedetto il nuovo corso imboccato dalla vecchia proprietà del Catania. E rassicurato noi tifosi che – benché Pulvirenti resti ancora proprietario, benché la sua gestione anche quest’anno ci prometta in eredità un bel po’ di punti di penalizzazione – stiamo per uscire dalla galleria attraversata in questi anni, per rivedere finalmente la luce. La cosa mi ha lasciato un po’ perplesso. Perché lo stesso sindaco, qualche mese fa, ci aveva soffiato nell’orecchio la speranza che la luce la riaccendesse qualche non meglio identificata cordata di imprenditori che lui stesso, si diceva, stava provando a mettere insieme. E mi ha lasciato perplesso, quest’elogio della vecchia proprietà, anche perché, qualche tempo prima, lo stesso Bianco aveva promesso che il Comune si sarebbe costituito parte civile contro Pulvirenti. Su cui pende una richiesta di rinvio a giudizio nel processo sui treni del gol.

Fosse dipeso da me, a ogni modo, io al sindaco Bianco non avrei regalato quella maglia. Magari ne avrei regalata un’altra, possibilmente bianca. In modo che la tingesse del colore che vuole. E ci scrivesse sopra quel che gli pare, essendo probabilmente ai sindaci permesso di dire ogni cosa e il suo contrario. O magari non ci scrivesse niente, invece: perché forse ne avrebbe, il nostro primo cittadino, di altre cose cui pensare. Cose certamente più importanti del calcio.

A me – che  per il calcio conservo il vecchio affetto, pur senza ormai pretenderne felicità – non servono invece maglie stampate. Mi basta tenermi stretta al cuore la mia vecchia, piccola bandiera. E aspettare il giorno in cui potrò tornare allo stadio a sventolarla. Un giorno che continuo a sperare possa venire.

Ceterum censeo Pulvirentem esse pellendum.