Il dio del calcio? Esiste, ci fa tanti dispetti e c’è anche il rischio che tifi Trapani

Claudio Spagnolo

Sono convinto che nessuno, nemmeno il più scettico e disincantato dei tifosi, vorrà negare che esista un dio del calcio; che ci sia, nascosta da qualche parte, un’intelligenza – di sicuro imperscrutabile e non necessariamente benefica – capace di dare un senso alla cosa che meno di tutte sembra averne: ossia al rotolare sull’erba di una sfera di cuoio e alla galassia di sentimenti e di passioni che gravitano, senza un’apparente ragione, intorno a quel globo e alle sue folli traiettorie.

Innumerevoli sono, a parer mio, le prove dell’esistenza di quest’essere, capace di conferire una ragione a ciò che in apparenza non l’ha. Se ci si chiede, ad esempio, che funzione abbia nel nostro universo una squadra come il Palermo, si troverà risposta solo interrogando il volere di questa divinità. Poiché nessuno, di certo, avrebbe mai inventato una squadra dai colori sociali così incongrui se non in vista di un’unica ed essenziale ragion d’essere: poter prima o poi giocare, e possibilmente perdere, il derby col Catania. Cosa che, ne sono certo, dovrà in cuor suo riconoscere anche il più accanito dei tifosi rosanero.

Esistono anche, certo, alcune credenze eretiche sviluppatesi intorno a questa divinità. So ad esempio che in molti, a Siracusa, si dicono convinti che lo stesso Catania esista solo per permetter loro, una volta tanto, di sentirsi protagonisti di un derby. Senza accorgersi che questa parola non può essere usata a casaccio e per giunta unilateralmente. Senza comprendere che, perché possa esserci un derby, è d’obbligo che entrambi gli sfidanti lo avvertano come tale. E senza immaginare che forse il Siracusa stesso, nei piani del dio del calcio, ha tutt’altra funzione: magari quella meramente educativa di mostrare al mondo cosa il calcio non deve diventare, in che modo uno stadio non deve essere organizzato, cosa i tifosi di una squadra non dovrebbero mai avere l’occasione di fare, o quali parole un presidente non dovrebbe mai dire.

Tutto ciò premesso, credo finalmente di aver capito perché il dio del calcio ha creato il Lecce. Se il Lecce esiste, ormai ne sono certo, è per infliggere a noi, che abbiamo il privilegio di tifare per la squadra con i colori più belli dell’universo, la pena che ci spetta per il nostro smisurato orgoglio o per la mala condotta di qualcuno. Non si spiega altrimenti – la logica e il calcolo delle probabilità lo vieterebbero – questo viaggiare costante del suddetto Lecce a una distanza immutabile da noi: sufficientemente breve per alimentare crudelmente in qualcuno la tenue speranza di un aggancio; sufficientemente lunga per rendere tale speranza ogni giorno più irrealistica e, probabilmente, dannosa assai per chi si ostina a coltivarla.

Non si spiegherebbe altrimenti come mai il Lecce, lo scorso 25 febbraio – quando il turno di riposo del Catania, reduce dalla disfatta di Monopoli, gli offrì l’occasione di chiudere il conto portandosi a un irrevocabile più dieci – abbia addirittura trovato il modo di perdere in casa con la Juve Stabia. Né la puntualità svizzera con cui esso è poi risorto vincendo ad Agrigento, mentre il Catania affrontava la sua convalescenza battendo il Siracusa; né ancora per qual ragione, mentre i rossazzurri si facevano irretire sullo zero a zero tra i tuberi di Lentini, i salentini a loro volta abbiano smarrito la via del gol in casa loro, facendosi fermare dal Matera.

Ancor meno si capirebbe, senza appunto postulare l’esistenza del dio del calcio, perché domenica scorsa, nel giorno in cui il Catania liquidava al Massimino la men che modesta Reggina, il Lecce sia andato a vincere sul campo assai difficile di Cosenza. E soprattutto perché giovedì, dopo che i rossazzurri avevano dilapidato l’ennesima occasione di tenere il prevedibile passo della capolista facendosi raggiungere a tempo scaduto dal Bisceglie, il Lecce sia contro ogni logica riuscito a farsi fermare sul proprio campo dalla Fidelis Andria, alla quale aveva pur segnato due gol in meno di mezz’ora di gioco; ma dalla quale è riuscito a incassarne altrettanti in tempo utile per lasciare il distacco dal Catania ancora una volta fermo su quell’immutabile numero sette.

Poche storie: non può non esserci una logica superiore, nel comportamento di questa squadra avversaria crudele e profumiera, che ogni settimana ci seduce con il sentore di un aggancio ancora possibile e poi ci nega, capricciosamente, quel che ci ha indotti a bramare. Non può non esserci, al fondo di tutto ciò, una pena da scontare, una colpa da espiare, ben piantata nel passato o nel presente del nostro Catania. Dell’unica squadra per cui, quale che sia la categoria in cui gioca, continuiamo nonostante tutto a respirare calcio. Né può ridursi ogni cosa – ci scusi Pietro Lo Monaco se per una volta ci permettiamo di dissentir da lui – alla troppo materialistica commisurazione tra la durezza delle sofferenze del Catania e quella delle corna degli arbitri che pressocché ogni settimana, per designazione giannoccariana, ci tocca nostro malgrado incontrare. Né si può spiegare il tutto – ci perdoni ancora Lo Monaco – con la vieta teoria del complotto masso-pluto-pugliese.

Così volle il dio del calcio, così conviene volere anche a noi. Che faremmo certo meglio a smettere di camminare guardando le stelle nella speranza di vedere prima o poi il Lecce un po’ più vicino. Rischiando così, con gli occhi lontani da terra, di mettere un piede in fallo e precipitare in qualche scaffa, botola o dirupo. Il che magari lascerebbe di nuovo immutate le distanze dal Lecce. Ma potrebbe ancora cambiare, con nostro grave danno, quelle dal Trapani. Città in cui non vorrei proprio che il dio del calcio, quest’anno, avesse segretamente deciso di passar la primavera.