Martedì 3 Aprile 2007
Intervista a L.S. di Marco Di Mauro
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Doveva essere un divertimento, seguire la squadra come
spesso faccio. Con amici e colleghi di lavoro avevamo organizzato
un pulmino, riempiti i venti posti disponibili siamo partiti
per Roma. Un viaggio di andata come tanti, ci siamo ritrovati
in carovana con altri pullman e macchine, nessun appuntamento,
semplicemente eravamo tutti lì, i tifosi, coincidenza,
anche se bene o male gli orari sono sempre gli stessi per
tutti. Classica coda ai traghetti, poi unica tirata fino
a Roma, fino all’Olimpico, dove abbiamo parcheggiato.
Qualcuno vi ha indicato una piazzola di sosta,
c’erano dei parcheggi riservati a voi?
No, nessun parcheggio riservato, nessuna indicazione né
da addetti né da forze dell’ordine. Ci siamo
orientati alla bell’e meglio, vedendo bandiere, sciarpe
e targhe “CT” abbiamo capito “qui possiamo
parcheggiare”, e là abbiamo parcheggiato.
Problemi con la tifoseria all’ingresso?
Ancora nulla. Scesi dal pulmino, a centocinquanta metri
c’era l’ingresso del settore ospiti, strano
solo il basso regime di sicurezza, nessun poliziotto, o
meglio ancora l’organizzazione strutturale dell’Olimpico,
siamo stati costretti a percorre la stessa strada che portava
all’interno dello stadio i tifosi romanisti col biglietto
di Curva Nord. Mai successa una cosa simile, e poi dentro...
Non si aspettavano fossimo così tanti, alcuni tifosi
sono stati spostati nello spicchio della Curva Nord adiacente
al settore ospiti, adiacente ma pur sempre al di fuori.
Comunque, fino ad allora tutto tranquillo, anche se rimbalzavano
già le voci, poi confermate, di alcuni tifosi accoltellati
in metropolitana, e di altri accolti “poco bene”,
in giro per la città. Non sapevamo che questa, a
Roma, fosse la routine d’ogni partita.
Quando inizia tutto?
Al sesto goal. Siamo usciti dallo stadio, volevamo andare
via per non trovare confusione. Sapevo fosse un’imprudenza,
l’avevo anche fatto presente ai miei compagni di viaggio,
ma nulla, hanno deciso così, loro. In ogni caso non
avrei immaginato mai quello che da lì a poco sarebbe
successo. Del resto le porte erano aperte, poteva uscire
ed entrare chiunque.
Ci Racconti...
Arrivati sul pulmino ci contiamo, di venti ne mancano due.
Decidiamo allora di spostarci, mettiamo in moto il pulmino
e ci avviciniamo al settore ospiti. Chiavi nel quadro, motore
acceso, quattordici di noi scendono, via telefono cercano
di contattare i due ragazzi mancanti, rimasti dentro lo
Stadio. Dentro il pulmino restiamo in quattro. Mi tolgo
la maglietta del Catania, la poso nel portaoggetti sovrastante
il sedile. Nell’aria qualcosa di strano. Tensione.
Non eravamo affatto tranquilli. Ci accorgiamo di uno strano
movimento fuori dalla Curva Nord, alcuni tifosi romanisti
entrano ed escono, come facessero il palo. Tengono d’occhio
alcuni di quei quattordici, che nel parcheggio stavano facendo
suonare gli allarmi dei motorini, scrivevano sui parabrezza.
Poi scompaiono, dentro la Curva Nord. L’errore è
stato questo, partire con gente che non conoscevo, non tutta,
non quelli.
Cosa accade subito dopo?
Passano pochi minuti e dei due ragazzi “dispersi”
nemmeno l’ombra. Sono ancora sul pulmino quando inizio
a sentire, da fuori, urla e schiamazzi. Sposto lo sguardo
verso il finestrino e vedo 60, saranno stati circa 60 tifosi
della Roma, volto coperto, ognuno di loro ha qualcosa in
mano: pietre, spranghe, catene, fibbie, mazze da baseball,
fumogeni già accesi. Sono attimi... Non ho nemmeno
il tempo di capire se è paura quella che sento, iniziano
a correre verso di noi, i quattordici che erano nel parcheggio
scappano ognuno per in direzione diversa all’altro,
tutti tranne uno che prova a salire sul pulmino, all’altezza
della bussola un tifoso romanista lo raggiunge, gli dà
addosso a colpi di bastone, cerca di buttarlo giù,
ma lui resiste, si libera, riesce ad inserire la retromarcia
e da’ gas.
Grida: “Dobbiamo allontanarci a tutti costi, questi
ci ammazzano”. Ottanta, cento metri di retro disperati,
alla cieca, ci aggrappiamo ai sedili, poi il botto. Il motore
si spegne. Mi ritrovo a terra, tra un sedile e l’altro,
vedo la bussola del pulmino bloccata da un’auto. Mi
rendo conto che con la fiancata destra siamo andati ad urtare
una colonna di auto parcheggiate. L’uscita, occlusa
per metà, fino al tetto della macchina, lascia un
metro di “libertà”. “Non possono
più salire su”, è il primo pensiero,
nel primo attimo di lucidità. Vedo il ragazzo prima
al volante che si affretta verso la bussola, prova ad uscire
infilandosi in quel poco spazio libero, ce la fa, è
fuori. Mi rialzo, “voglio uscire anch’io”,
nello stesso momento in cui imbocco il corridoio interno
sento uno strattone da dietro le spalle, è uno dei
tre ragazzi con me sul pulmino, mi butta a terra dicendomi
“Sta giù, qualunque cosa accada adesso non
ti alzare, non devi alzarti”. Il primo vetro ad esplodere
è sopra la mia testa, sento piovermi addosso le schegge,
insieme alle pietre, un’infinità, sembra non
dover finir mai, sembra non voler finir mai. “Sono
pazzi, pazzi”. Ho il petto e la testa schiacciati
a terra, sotto di me sento tremare il pavimento mentre nelle
orecchie rimbombano i colpi di mazza contro la carena del
pulmino, più forti, sempre più forti.
Non finisce qua, vero?
Fin qua è paura, paura che senti ma non capisci,
paura che non ha sapore. Sembrava tutto finito, in terra
cadevano ancora vetri, il pulmino giaceva immobile, come
esausto, noi con lui, gli schiamazzi e la urla si allontanavano,
tiepido silenzio, poi un rumore, una fiammata, ne vedo il
bagliore proiettato nel mosaico di vetri rotti ancora aggrappati
al finestrino, è un attimo, il pulmino si riempie
di una luce rosso fuoco, è un fumogeno che cade due
metri avanti a me, su di un sedile che immediatamente prende
fuoco. Le fiamme avvolgono tutto, i sedili accanto e quelli
antistanti, borse, tende... Non è più semplice
paura, è paura non tornare più a casa, è
paura di morire là, senza un perché, morire
bruciato vivo, intrappolato in un pulmino. Entro nel panico,
agisco d’istinto, senza rendermene conto. Uso la sciarpa,
che avevo ancora indosso per coprirmi naso e bocca, mi precipito
verso l’uscita, davanti ho solo fiamme, chiudo gli
occhi. Ricordo solo d’aver visto davanti a me la bussola
divelta, il tetto della macchina a fianco, e quel metro
di spazio, “sono vivo”, scivolo fuori, dal tetto
della macchina, non so chi mi aspetta, “ammazzatemi
pure, qualunque sorte, ma non voglio morire bruciato”.
Nessuno, non c’è più nessuno attorno
al pulmino.
Cos’ha fatto a quel punto?
Nessuno attorno a me si era reso contro che fossi catanese,
altrimenti... La partita era finita, avevo nascosto la sciarpa
dentro la maglietta che prima indossavo sotto quella del
Catania, la prima cosa alla quale ho pensato è dirigermi
verso il settore ospiti, poi ho visto gruppi di tifosi romanisti
che rastrellavano il parcheggio, cercavano catanesi dentro,
sotto e fra le macchine. Spranghe di ferro, mazze, catene
in mano. Non era proprio il caso di ritornare indietro,
assodato di come nessuno mi distinguesse da un tifoso della
Roma mi sono mischiato ai giallorossi che uscivano dalla
Curva Nord, persone sulla quarantina, cinquantina d’anni,
ho iniziato a camminare nel nulla, sul Lungo Tevere, senza
sapere dove andare, né dove stavo andando. Passa
circa un quarto d’ora, “forse le acque si sono
calmate”, decido di ritornare alla stadio, il pulmino
è ancora in fiamme, adesso c’è una camionetta
dei pompieri, qualcuno deve averli avvisati. Nel parcheggio
continuano i rastrellamenti, “Sono impazziti, questi
sono impazziti sul serio”, l’aver camminato
mi aveva riportato alla calma, mi avvicino. Vedo un gruppo
di questi, il più numeroso, caricare verso un altro,
sono entrambi di romanisti, partono pugni e calci, un ragazzo
si stacca dagli altri, e prende ad urlare tra italiano e
dialetto “Voi non potete stare qui, per fare queste
cose dovete chiederci il permesso”.
Ha avuto sentore che fosse tutto programmato?
Ne ero certo anche prima di sentire quelle parole. Troppe
coincidenze. Non so se quelle persone siano uscite dallo
stadio o fossero fuori, diffidati. So che io non esco di
casa con una mazza, e non credo sia nemmeno un accessorio
all’ultima moda. Non possono essere stati dei semplici
motorini che suonano a causare tutto questo.
Ma la Polizia, le forze dell’ordine?
E chi le ha mai viste?! Niente scorta da Catania a Roma,
nessuno nel parcheggio all’entrata, nessuno nel parcheggio
all’uscita, a far cordone, evitare il contatto coi
tifosi romanisti. Nessuno, abbandonati.
Il Primo poliziotto che ha incontrato?
Li sono andati a cercare io. Dopo aver visto quanto ancora
accadeva fuori dallo stadio, a quasi un’ora dalla
fine della partita, mi sono rimesso in cammino sul Lungo
Tevere, sono entrato nella prima stazione di Polizia, là
ho incontrato il primo agente delle forze dell’ordine.
Ha sporto denuncia?
Avrei voluto.
In che senso?
Io parlavo, ho raccontato dell’assalto, del pulmino
dato alle fiamme con noi dentro, dei rastrellamenti. Loro
non scrivevano nulla.
Ha chiesto perché?
Non mi hanno risposto, in compenso hanno preteso il mio
documento di riconoscimento, ne hanno fatto una copia.
E’ risultato lei il colpevole? (ironica)
A quel punto non mi sarei meravigliato di niente. Ho anche
chiesto loro di accompagnarmi a qualsiasi stazione ferroviaria,
ero da solo, sarei ripartito per i fatti miei, non hanno
voluto, categorici. Mi hanno riaccompagnato allo stadio,
nel settore ospiti, dove i tifosi del Catania erano ancora
bloccati. Siamo sfilati proprio davanti al pulmino bruciato,
nemmeno uno sguardo, eppure i pompieri, anche solo i pompieri,
uno straccio di referto l’avrebbero dovuto stilare.
Da lì, c’hanno trasportato tutti, in massa,
in una stazione decentrata, siamo partiti a mezzanotte,
la partita era finita alle cinque.
Tornato a Catania si sapeva già dell’accaduto?
No, come avrebbero dovuto saperlo? Nessun giornale ha scritto
alcunché sull’accaduto, addirittura, mentre
ero alla stazione di Polizia, guardando la Tv, una nota
trasmissione Mediaset faceva vedere le immagini dello stadio,
sì ma solo dall’alto, una colonna di fumo,
specificando che c’erano stati scontri nel “settore
dei catanesi”, e che “in caso di aggiornamenti
si sarebbero ricollegati”, non si sono più
ricollegati, certo, il messaggio che doveva passare era
già passato: “sono successi degli scontri vicino
al settore dei catanesi, colpa dei catanesi”. Eppure
Rai, Sky, Mediaset, La7, le telecamere fuori dallo stadio,
antistanti i parcheggi, le hanno sempre avute(vedi Catania-Palermo,
ndr). Niente nemmeno sui giornali, sportivi e non.
Niente di niente...
Non è comparso nulla, nessun accenno, nemmeno sul
referto che forze dell’ordine consegnarono al giudice
sportivo. Nessuna ammenda per la Roma, al Catania 1.500€
per aver acceso dei fumogeni ed aver fatto scoppiare due
petardi.
Lo trova strano?
No, ormai...Ma trovo strano parlare di omertà, mafia
e violenza solo in Sicilia. Questa come la chiamano? Quando
fu di Catania i giornali scrissero “sembrava il Libano”...
e a Roma? Pulmini dati alle fiamme con persone dentro, ronde
e rastrellamenti nel parcheggio dello stadio in pieno stile
“pulizia etnica”, tifosi della Roma a volto
coperto armati fino ai denti con spranghe, mazze da baseball,
catene, e tifosi del Catania accoltellati lungo le vie della
città... allora Roma cos’è “l’Iraq”?
La capitale di uno “Stato di impunità per i
carnefici”? Mi dicano davvero cos’è Roma...
assomiglia più ad uno statarello dell’Africa,
dove non la guerra uccide in silenzio, due banconote davanti
agli occhi, due davanti alle orecchie, sangue nero petrolio.
Non mi ha detto nulla degli altri tre con lei sul
pullman?
Non ne ho più avuto notizie, evidentemente sono
riusciti ad uscirne anche loro, ci fosse scappato il morto
allora sì che ne avrebbero parlato. La morte fa copie
ed audience. Magari avrebbero parlato di un mozzicone di
sigaretta caduto inavvertitamente e...
Tornerà a seguire il Catania in trasferta?
Non lo so, per adesso no, sono ancora oggi scosso. Rischiare
la vita senza un motivo, senza un perché, tutelati
da nessuno, nemmeno dallo Stato. Sono riuscito a salvarmi
la vita e nemmeno io so come.