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S-Cara-manzia
   
2025-10-13 22:49:22 Segnala l'articolo manda ad un amico
 
di Marco Di Mauro

Non ha un inventore, ma imprecisabili adepti. Non si sa quando né in che modo, ma come tutte le cose “umane” ha un suo perché. Tra psicosi e psicologia, folklore e paure, il “non è vero ma ci credo”, dove il non senso acquista una ragione, la ragione lo perde, oltre la logica, oltre i limiti imposti dalla quotidianità di pensiero. Effetto placebo, singolo o a catena.

E dove se non nel gioco, ed in che gioco se non nel calcio. I cappotti fuori stagione di Ulivieri e Mourinho, l’acqua benedetta di Trapattoni, le calzette rosse di Costantino Rozzi, da qualche anno aggiunte ai colori sociali dell’Ascoli, l’impermeabile (sempre uguale) indossato da Spinelli, giallo, stesso colore per la cravatta di Galliani, c’è poi la lacrima di Cellino, il bastone Masai di Garrone (che interruppe una serie negativa di 17 partite), il colbacco di Giagnoni, la fobia-viola di Vavassori, il rito della “balaustra” per Cecchi Gori, il sale di Anconetani e Massimino, con la sua sedia, dietro la rete, sfondo curva Sud, e restando in tema ci sono la bottiglietta di Marino, le colombe del Cibali, i pellegrinaggi al Duomo, l’intramontabile “Torrisi Supermiscela”, le “parole” di Pulvirenti ai suoi ragazzi, le canzoni della coppia Spinesi – Mascara, sull’autobus, lungo il tragitto di ogni trasferta.

Promesse fatte a sé stessi, vidimate da chissà chi, o cosa. Come il tuffo di Delio Rossi nella fontana del Gianicolo dopo il derby vinto contro la Roma, lo “scalpo” di Camoranesi, con tanto di sedia e forbici alla vittoria della Coppa del Mondo, quante chiome rasate, quanti gelosissimi baffi scomparsi, quanti altri “se... allora...” scrupolosamente mantenuti, uno strappo alla normalità personale, in cambio di uno strappo alla normale consuetudine delle cose. Batte tutti, per platealità e dubbio “gusto” Fernando Coppola, estremo difensore oggi all’Atalanta, che sin dai tempi di Ascoli (2004-2006), attaccava al palo della sua porta un santino della Madonna di Loreto.

Chi è soggetto, alla sfortuna, chi assoggettato alla scaramanzia, e poi c’è chi, ad entrambe dice in malo modo “sparisci”. E non sono pochi, specie tra i giocatori, i magnati del “non è vero e non ci credo”, pronti a sfidare ed infrangere i rigidi rituali della cabala, anche solo indossando sulla maglia numeri, non solo nel calcio, evocatori di catastrofi e disgrazie, tra storia e leggenda. Numeri che non vedrete mai su di un aereo, né come posto, né come fila, spesso e volentieri nemmeno sulle tribune degli stadi, basterà allora spostare gli occhi sul campo, ed ecco un esercito di 13 e 17.

Per la precisione, quattordici 17 e dodici 13. Equamente ripartiti in ben 18 delle 20 formazioni di serie A, le uniche a farne volontariamente a meno sono Cagliari ed Udinese, seguite a ruota da Roma, Genoa, Empoli ed Inter, dove i possessori di questi numeri sono relegati in panchina, i maligni diranno “questione di sfortuna”. 13 difensori, soprattutto giovani, ad aver scelto la numerazione reietta dalla cabala: Maicon dell’Inter, Siviglia della Lazio, Balzaretti della Fiorentina, Rossi del Parma, Rossettini del Siena, questi e molti altri ancora sotto l’egida del mentore Alessandro Nesta, capitano di Lazio e Milan col suo numero 13 dietro la maglia.

Scricchiola la smorfia napoletana, così se il 17 vuol dire “sciagura” Marek Hamsik diventa l’eccezione che conferma la regola, tra i giovani, Alvarez del Livorno, Jankovic del Palermo, ed anche tra i meno giovani, come Baiocco del Catania e Palombo della Sampdoria. Altro numero ma uguale talento per i centrocampisti vestiti di 13, Grella del Torino ed Izco del Catania.

Nessun portiere lo indossa, ma tanti portieri lo temono, è il 17 di David Trezeguet, 7 partite 7 reti con la maglia della Juventus, il simbolo terreno dell’anti-Cabala. A Reggio Calabria ne fa le veci Amoruso, a Torino ci proverà Di Michele, ancora squalificato, stentano invece Bonazzoli, coi blucerchiati, e Tare, nella Lazio. Tutti 17, nessun 13.

Crederci, o meno, nella scaramanzia, comunque facile. Più onorevole, ma difficile, sarebbe riuscire a credere in sé stessi, semplicemente. Scoprire la dimensione “dell’apparente impossibile” come fatuo limite, potenzialità nascosta, insita nel proprio essere, non dentro un amuleto, o un rituale.

Ammettere le proprie capacità, ed i propri limiti, è un po’ ammettere le proprie responsabilità, nella vittoria come nel fallimento, vivere appieno il merito e la colpa, senza dividerle né spiegarle con alcunché di imponderabile od irrazionale a cui il pensiero comune, dolcemente, si inchina, e crede.

Forse è così allora, la scaramanzia è solo una forma meno nobile di coraggio, con la quale vincere il timore non di qualcosa, ma delle responsabilità, siano proprie, di qualcuno, o di una squadra. Qualcosa che in concreto toglie, senza dare. Colorato folklore, che può divertire, ma spesso anche irretire.
 
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