Quanti ricordi… Le lotte furiose di Bergessio su ogni pallone. Gli sprint di Gomez al 90esimo. I giochi di prestigio di Mascarinho. Le parate impossibili di un Bizzarri, dapprima sconosciuto ai più. Le galoppate di Vargas lungo la fascia sinistra. Non riesco a pensare ad altro. Prima Pietro Lo Monaco, poi Sergio Gasparin. Erano i tempi delle indomite lotte salvezze e poi dei record. Quindi la scelta di dare quel Catania a Pablo Cosentino, che ha portato al nulla più totale. Quel nulla che vedo davanti ai miei occhi al Massimino, in questo sabato festivo che dalla Germania mi ha riportato nel mio stadio a distanza di anni, tanti da averne perso il conto. C’ero per un Catania-Milan, pareggiato 1-1. Si gioca Catania-Cosenza, perso 0-2.
Sono seduto insieme ai catanesi. Pare strano scriverlo, ma per me - che nonostante la lontananza, catanese lo sono rimasto nell’essenza, nell’accento e nella fede calcistica - ha un significato. Attorno a me ci sono i tifosi rossazzurri (molto pochi) che forse più dei tanti altri (assenti) sono ancora aggrappati a una speranza che però sul campo vedono dissolversi sempre più. La sensazione predominante è quella di impotenza, di rassegnazione, in attesa di un miracolo in cui confidano ma che non arriva mai. Sostituito infine dall’amara constatazione che per un miracolo la fede non basta. In ambito calcistico, almeno, serve anche chi il miracolo è in grado di realizzarlo.
Le voci attorno a me sono dapprima piene di una speranza che non accetta di arrendersi. Poi arrivano i gol del Cosenza, mentre la reazione dei rossazzurri non arriva mai. Le voci diventano così di sfiducia, di rabbia e pure di catanesissima liscìa. Tutte raccontano gli stati d’animo dei veri protagonisti del calcio, e quindi anche del Calcio Catania. I tifosi. In qualunque parola si manifesti, il loro è amore incondizionato. Irrazionale come la speranza che non recede nemmeno davanti all’evidenza. O come lo è il sentimento che segue l’oggetto del suo desiderio anche quando precipita giù dal burrone. Ma è amore anche quello di chi resta fuori, a soffrire.
Prima che la gara finisca, a raccontare meglio delle parole è il Massimino che si presenta ancor più vuoto di quanto non lo fosse all’inizio della partita. La curva Nord era deserta per la nota contestazione dei gruppo organizzati. Parte dei pochi presenti allo stadio ha abbandonato gli spalti prima che la partita fosse finita. Almeno come pare che buona parte dei calciatori abbiano abbandonato - forse già nelle partite precedenti - l’ambizione a partecipare ai play off o anche solo a rispettare la maglia, e soprattutto chi quella maglia la ama davvero. I tifosi, appunto. Sia quelli presenti, sia quegli assenti. Le due anime di un solo corpo, chiamato Calcio Catania, che purtroppo continua a essere offeso, e non tanto dagli avversari quanto più da chi dovrebbe averne cura. Mentre da tifoso, mi sento impotente.
Torno in Germania, con questa sensazione addosso. La sensazione di essere impotente di fronte al male che sta uccidendo il Catania, a poco a poco e con estrema crudeltà. E non credo che questa sensazione sia data dalla distanza geografica, che c’era e che tornerà a esserci tra me e la maglia che amo. Ne sono convinto perché sento non essere solo una mia sensazione. L’ho percepita negli sguardi, nelle parole, nei gesti di tutti i tifosi catanesi come me, che ho incontrato dentro e fuori dallo stadio. Un’impotenza che pare la conseguenza di un altro tipo di distanza, che si aperta all’improvviso come una voragine profondissima, che inghiotte tutto e tutti e che ancora adesso imprigiona il Catania. Quel Catania che ricordavo, e di cui quella vista sabato è solo un’imitazione malriuscita.
