La numismatica pare un passatempo talmente sedentario e noioso da non aver proprio nulla a che spartire col calcio. E invece non è così. Tanto tempo fa, nel caso una partita di pallone terminata in pareggio, la squadra vincente veniva sorteggiata col lancio di una monetina. Ancora oggi, a inizio partita, è così che i capitani chiedono alla sorte il pallone o il campo. Vittoria, testa. Sconfitta, croce. Dipende solo da quale faccia del soldino guarderà le facce dei contendenti. Lo sa bene il Catania che, con la stessa probabilità d’una moneta lanciata a centrocampo, mostra la sua faccia vincente o quella perdente. Un gioco che dura ormai da quattro anni, che da tempo ha stancato i tifosi e che dopo tre partite ha già fatto arrabbiare Lucarelli. In fondo è chiaro e risaputo cosa andrebbe fatto perché, come lui chiede, il suo Catania mostri sempre e solo lo stesso volto, quello vincente.
A testa alta, in casa e contro le grandi. In croce, lontano dal Massimino e contro le piccole. Finora il Catania è stato questo, salvo alcune eccezioni buone soltanto a confermare la legge della moneta. Tanto è probabile che esca testa, e si vinca, quanto è inevitabile che spunti croce, e si perda. Si tratta di statistica spicciola. La stessa che, negli ultimi quattro anni, è stata tirata in ballo per spiegare la periodica alternanza di risultati positivi e batoste raccolte dalla squadra rossazzurra. Di ragioni probabili, a sostegno della statistica, se ne sono viste, ascoltate e lette di tutti i tipi, taglie e colori: la sfortuna maledetta, la condizione atletica sempre imperfetta, il ritiro al caldo, il meteo, il campo a volte gibboso altre sintetico, gli infortuni imprevedibili, il riverbero psicologico delle penalità, la maglietta mimetica porta jella, le sfavorevoli congiunture economico-ferroviarie.
Ma la sola certezza che in tutto questo tempo ha dato la statistica è che, se il problema lo si vuol risolvere e non solo dilettarsi a spiegarlo, discuterlo e farne ragione di divisione, non è con la statistica che ci si riuscirà.
Il Catania ha provato in quasi tutti i modi a spezzare la legge della moneta, e mostrare sempre e solo lo stesso volto, quello vincente. Ha cambiato dirigenti, ha esonerato allenatori, ha rivoluzionato la squadra. Niente. Non c’è stato verso nemmeno quando, stando alle carte dei magistrati, si sarebbe mosso per truccare il gioco. Le stesse carte testimoniano che alcune partite sotto inchiesta non sono finite come combine avrebbe voluto. Circostanza che, senza nulla togliere alla gravità del tentativo ammesso, dovrebbe dare parecchio a pensare sull’entità della pena sportiva comminata al Catania e non alle altre squadre coinvolte. Fatta questa piccola divagazione statistica, la risposta che tra queste righe si cerca è un’altra. E invece che continuare a chiederla alla statistica, che finora ha portato solo alibi, rabbia e disgrazie, il Catania dovrebbe chiederla proprio alla numismatica. Lo studio scientifico delle monete. Che suggerisce di concentrare attenzione e forze non sui giocatori né sul gioco, ma sul soldino.
Cambiare le persone non è stato sufficiente. Provare a truccare il gioco non solo non è lecito ma neanche è servito. Sono fatti. La sola cosa che il Catania non ha ancora provato, è truccare la moneta. Che non è reato, nel calcio, perché rappresenta l’identità della squadra. Quella che prescinde dai nomi dei propri calciatori e degli avversari che fanno parte del gioco. Quella che è raffigurata nella faccia vincente della moneta, la testa. Quella a cui Lucarelli ha fatto riferimento tante volte nonostante alleni il Catania da poco tempo. Ma la moneta con due teste identiche che serve al Catania, è una rarità che non si trova per strada. La si deve forgiare in casa. I rossazzurri adesso paiono uomini e mezzi per riuscirci. Ma devono applicarsi: devono mostrare la mentalità di voler continuare a correre, senza mai sentirsi arrivati, anche dopo una vittoria. La fame che porta a divorare pane, pane duro e molliche, senza sentirsi mai sazi. Il sacro orgoglio battagliero che deve infondere l’essere rappresentanti in campo di una città e di un tifoseria che ha come colori quelli di due forze della natura come l’azzurro del mare e il rosso della lava del vulcano.
Mentalità, fame e orgoglio. Tre qualità che non si comprano e che non ci si può dipingere sul volto. Che possono solo e devono esplodere dentro l’animo di ogni calciatore e che vanno impresse a fuoco su entrambe le facce della moneta. Quella che da adesso il Catania lancerà partita dopo partita. Perché vincere contro il Lecce al Massimino, è già successo ma alla fine non è bastato per essere promossi. Vincere contro la Virtus Francavilla, non è ancora successo. E allora per raggiungere la serie B, senza bisogno di far calcoli statistici, forse manca proprio questo.
