Pantanelli: «Catania, serve programmazione». Fiducia a Pisseri e… a Lo Monaco

Gianmarco Puglisi

È stato il portiere del Catania nella stagione del ritorno in serie A, e in quella delle sofferte ma festeggiatissime salvezze. Armando Pantanelli (45 anni) risponde alle domande di Mondocatania.com seduto al tavolo del Marè, il ristorante che gestisce sul lungomare, vicino Aci Castello.  Esamina il rendimento dei portieri rossazzurri in Lega Pro.
– Cominciamo con un approfondimento sui portieri; negli ultimi tempi, partendo da Matteo Pisseri (nuovo rinforzo etneo)
«Non lo conosco benissimo, però è uno dei primissimi acquisti del Catania e conoscendo il direttore Lo Monaco, avrà sicuramente meditato ed approfondito la conoscenza su questo giocatore e quindi sono fiducioso in questo. Tornando al mio caso, anch’io fui uno dei primi acquisti del Catania già a giugno e questa coincidenza mi fa ben sperare».
– Manca da molto tempo un portiere che brilli o che si dimostri il “Buffon” del Catania; quale potrebbe essere il motivo?
«Non credo che negli ultimi vent’anni, per fare un esempio, ce ne siano stati tanti. Molti in realtà hanno fatto bene, anche perché c’è sempre stata un’ottima scuola a livello di preparatori dei portieri, da Onorati e via discorrendo, però siamo sempre fiduciosi nel poter trovare un “Buffon” del Catania».
– Partendo da lei, qual è stato uno dei portieri che ha dato più sicurezza negli ultimi tempi?
“Credo che l’anno scorso, al di là dell’alternanza, Liverani e Bastianoni  siano stati due ottimi portieri. Che poi non abbiano reso al massimo a Catania, per tanti motivi, ci sta: non hanno trovato una situazione facile. Di recente, quello che ha dato più sicurezza è sicuramente stato Gillet, anche per una questione di esperienza e di età»
– Bastianoni ha commesso una papera in Melfi-Catania; quanto è difficile per un portiere, dopo un errore, il recupero psicologico?
«E’ fondamentale,  se ci si riesce immediatamente non si può fare il portiere. La personalità è importante e la squadra deve essere sicura di avere un portiere che, anche se fa un errore – perché è normalissimo sbagliare -, dopo dieci secondi non ci pensa più ed è capace di fare altre grandi parate».
Ora parliamo un po’ di Pantanelli…
– Qual è stata la partita più bella che ha giocato con la maglia del Catania?
«Quando vado in giro per Catania me la ricordano i tifosi, a Genova un 0-0 in Serie B, quando allenava Sonetti. Sicuramente è quella che un po’ ricordano tutti. Il Genoa poi vinse il campionato e noi ci salvammo».
– Ora che ha appeso le scarpette al chiodo (e pure i guanti), cosa le manca di più del calcio?
«Il calcio è stata la mia vita per venti anni, è normale che mi manca, però essendo molto impegnato nel mio ristorante, e avendo trovato un altro lavoro che mi piace moltissimo, non ci penso tanto. Quest’anno, però, rientrerò a fare il preparatore dei portieri per una squadra del settore giovanile della zona».
– Ogni volta che scendeva in campo, indossava un cappellino Cosa rappresentava per lei?
«Il cappellino è nato per caso, durante il mio debutto nel calcio in Pavia-Olbia di Serie C2. C’era un sole incredibile, anche perché era fine maggio inizio giugno, quindi c’era pure il sole molto basso e dovetti usare il cappellino. Andò bene, mi portò fortuna e da lì non feci mai una partita ufficiale senza cappellino. Tranne, in realtà, durante la festa della promozione a Cagliari, perché avevamo tutti i capelli colorati e le facce colorate, allora lì non usai il mio portafortuna, però era una partita che non aveva più senso, perché avevamo già vinto il campionato”.
– Come vede il Catania nella prossima stagione l’ex estremo difensore rossazzurro?
«Sono fiducioso, più che altro perché si sta iniziando a programmare, a fare le cose seriamente, come bisogna fare nel calcio. Credo che il direttore Lo Monaco in questo sia un maestro, dunque ho molta fiducia in lui».
– Cosa augura ai tifosi catanesi?
«Mi hanno dato talmente tanto che posso solo augurare del bene a tutti. Mi sento un tifoso catanese e quindi speriamo tutti noi di avere delle soddisfazioni, perché ce le meritiamo».