Patteggiamenti chiari ed amicizia lunga

Articolo del: 1 agosto 2012, a cura di:

Serviva uno strappo ma si metterà la solita toppa all’Italiana, bisognava farsi una nuova immagine ma si daranno una ritoccatina “al trucco”. Poteva essere l’anno zero per il calcio italiano, quello del nuovo modello e invece sarà quello del restyling: una squalifica in serie B di qua, un patteggiamento di là ed è buona ancora per qualche anno questa Serie A. La constatazione spiacevole ma onesta da fare è che tutto questo non lo determinano oscuri poteri forti, volontà di fantomatici palazzi o congenite ingiustizie dell’italico sistema. Questa risposta “morbida” a quanto di peggio possa accadere nello sport ha il suo dominio d’esistenza in noi, nel nostro riuscire a concepirla, forse accettarla se non finanche comprenderla.

Abbandonare questa passione non è mai e poi mai un’opzione ma quello che sembra il gesto d’amore più alto che si possa compiere ci scaraventa in uno spazio a cavallo tra il bene e il male della passione stessa, tra la sua sopravvivenza e la sua distruzione. Non facciamo altro che chiudere un occhio, lo chiudiamo da così tanto tempo che è diventato pigro, in tutti i sensi. Lo chiudiamo da così tanto tempo che non ci sono rimasti più occhi da chiudere, orecchie da tappare e bocche da cucire. Non sarà che è giunto il momento di scuotersi un po’? O siamo per la linea di pensiero “Fammi vivere tranquillo/basta che c’è la pace/non mi togliete il pallone”? Magari rischiando tutto si salva il salvabile e del resto anche niente potrebbe essere meglio di questo. Una volta per uno spezzatino il calcio faceva Skyfo a tanti, ora il biscottino lo digeriscono tutti, neanche un po’ di costipazione, di acidità, un po’ di reflusso gastroesofageo, almeno un mal di pancia. Niente.

Patti chiari e amicizia lunga, chi sbaglia paga sul serio, perché quando investi sentimenti la fiducia è l’unico garante che puoi accettare. Patteggiamenti chiari e amicizia lunga invece: quando e se ti prendono con le mani nella marmellata prima provi a nasconderle dietro, poi ti lecchi le dita con l’improbabile giustificazione che altrimenti godi solo a metà e una volta arresoti all’evidenza che il tuo muso imbrattato ha più prove di un’intercettazione ad Arcore fai la tua proposta d’uscita. È un diritto sancito dalla legge, per carità, ma è anche previsto che il procuratore rigetti l’accordo. Dipende da ciò che cerca: se è un colpevole allora accetta il patteggiamento e chiude la partita, ha la sua testa illustre, ha il suo trofeo; invece se ciò che cerca è la credibilità del sistema, di fronte alle prove che lo hanno portato ad elaborare una richiesta di condanna piena e ad un chiaro segno di debolezza di un imputato che ammette la sua colpevolezza… beh in questo caso vuole tenere per più tempo possibile lontano dal calcio chi ne ha minato le fondamenta, se non altro come provvedimento esemplare, come monito per quelli che verranno. E una volta tornato in campo il lupo senza pelo cosa mai ne farà del suo vizio?

Ma chi troverà il coraggio di denunciare mettendosi contro tutto e tutti, arrecandosi danni difficili anche solo da stimare, se la pena è un patteggiamento a tre mesi, a fine indagini e senza aver collaborato o risparmiato chissà quanto tempo alla procura? E non si permetta a chi ammette la colpevolezza di andare in giro a dichiarare di averlo fatto solo per limitare i danni. Oltre a screditare l’intera inchiesta è pure moralmente biasimevole, ammettere una piccola ingiustizia per il timore di una grande? Quando un uomo non è disposto perfino a morire per le sue idee o valgono poco le sue idee o vale poco l’uomo, così si dice.

Ci piace pensare che il Catania qui come in tante, tantissime altre occasioni rappresenti l’isola felice, che gli uomini scelti per rappresentarci in campo siano stati valutati anche tenendo in conto questo rischio, nascosto o meglio malcelato solo ad occhi esterni. Forse oggi benediciamo la scelta di non imbottirci di giocatori “di categoria”, che del mestiere in tanti anni che calcano i campi di serie A avranno imparato, se non proprio tutto, molto. Credere nel Catania è il limite al sacrificio sull’altare della nostra passione, perché vuol dire credere anche nei giocatori, non esattamente la parte che esce meglio da tutta questa storia. Credere che il Catania sia l’eccezione e non la regola è un gesto di fede, ma deve anche essere il limite. Concedere la stessa cieca fiducia a tutti purché e perché la giostra continui a girare…non è né da innamorati né da uomini, è da pavidi.

 

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