Viva il cielo che al giorno d’oggi, in cui tante persone hanno interessi e pochissimi hanno ideali, c’è ancora chi è disposto a scendere in piazza per difendere quello in cui crede. E’ ciò che hanno fatto parecchi tra i tifosi del Catania. Arrabbiati per due stagioni catastrofiche, delusi dall’operato della dirigenza, indignati dal silenzio del loro presidente, sono scesi in piazza a chiedere: impegno ai giocatori, cambiamenti radicali all’interno della dirigenza, un confronto pubblico col loro presidente.
In più di diecimila hanno lasciato vuoto lo stadio con la volontà di ricordare a Pulvirenti che«La risorsa siamo noi». Duemila sono rimasti fuori dal Massimino a urlare il messaggio (anche sotto la pioggia). Quattrocento si sono presentati a Torre del Grifo (rigorosamente fuori dalle mura) per stringere un patto-salvezza con i giocatori. Mille hanno atteso di martedì sera che il presidente Pulvirenti parlasse loro alla riunione in Piazza Spedini (alla quale era stato invitato) o che mandasse almeno un sms. Mai meno di duecento hanno partecipato alle riunioni convocate in Piazza Dante sin a partire da Dicemebre.
In tutte queste occasioni, organizzate attraverso la pagina facebook Quando saremo tutti nella nord, è stato sempre ribadito a gran voce che la protesta dovesse restare entro i canoni della correttezza, della civiltà e della non violenza. Così è stato: l’ultima assemblea, in Piazza Spedini, è stata regolarmente segnalata in questura. Le forze dell’ordine, che hanno seguito ogni evento legato alla protesta, non sono mai dovute intervenire né durante né dopo. Niente schieramenti in tenuta anti-sommossa, a riecheggiare i tempi del 2 Febbraio, la loro presenza è sempre potuta rimanere discreta anzi, di garanzia.
La condotta voluta dagli organizzatori, e rispettata dalla tifoseria, ha spezzato la continuità con un passato fatto di contestazioni violente e della paura della gente perbene ad andare allo stadio. A testimoniarlo è il gran seguito che la protesta ha riscosso in tutte le “fasce sociali” di tifosi. In strada, sono state seguite le stesse regole (a parte la riluttanza di alcuni ad apparire in foto e video) che in ogni palazzo democratico regolano il confronto tra una fazione che amministra il potere ed un’altra che le oppone idee, soluzioni diverse. Un’opposizione dura ma civile che percorre il diritto democratico di protestare garantito ad ogni cittadino.
Accade poi, in strada come nei palazzi dello Stato, che qualche idiota o fuori-di-testa prenda in mano un ombrello, un treppiedi, una statuetta del Duomo di Milano, due proiettili. Ed ecco che il movente del fatto viene associato - da una stampa poco attenta al peso delle parole e delle immagini - a quella protesta od a quell’opposizione che da episodi del genere s’è sempre tenuta lontanissima con le parole e con i fatti. Sarebbe bene, specie ad indagini ancora in corso, fare un distinguo netto tra delinquenti e tifosi, tra il criminale che ha inviato quella lettera a Pulvirenti e le migliaia di appassionati che hanno protestato civilmente in ognuna delle occasioni raccontante, chiedendogli un confronto.
Gli organizzatori della protesta, dopo essersi dissociati immediatamente dall’episodio, indignati dall’associazione sbrigativa mantenuta tra proiettili e protesta meditano il disimpegno. Nella settimana in cui avevano promosso l’iniziativa «Tutti al Massimino», la squadra rischia di risentirne il disimpegno più d’ogni altro scossone, ma come biasimarli? Con la Lega Pro ad un passo, ed il timore che alla retrocessione segua il fallimento, se il Catania viene considerato ancora un bene comune di tutti i catanesi, allora tutti i catanesi potrebbero dolersi un giorno di questo disimpegno.
Ma d’altronde, quando si usa la macchina del fango per imbrattare il proprio vicino, e non un tizio lontano, bisogna essere davvero precisi o davvero principianti per non pensare al rischio di stare gettando del fango anche su sé stessi.






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Articolo del: 25 marzo 2015, a cura di: Marco Di Mauro